Scopriamo le attività di Fondazione Me.S.S.In.A, un laboratorio di politiche di sviluppo civico e territoriale per l’economia sociale
La Fondazione delle Comunità del Mediterraneo Sostenibili e Solidali per l’Inclusione e l’Accoglienza (Fondazione Me.S.S.In.A.) è una Fondazione di Comunità che lavora con l’obiettivo di sviluppare nuovi modelli di economia sociale in un’ottica di sistema. Un tema, quello dell’economia sociale, che la Guida segue con molta attenzione con articoli dedicati (qui) e su cui abbiamo condiviso già alcune esperienze.
Originata nel contesto della primavera siciliana, periodo di movimenti civici in risposta alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, Fondazione Me.S.S.In.A è attiva dal 2010 per creare un Distretto Sociale Evoluto a Messina e in diversi territori e aree interne siciliane. La Fondazione è radicata nel territorio ma ha una visione globale: collabora con reti locali, globali ed europee, con un approccio volto a sviluppare politiche ampie e nuovi modelli replicabili anche in altri contesti.
Scopriamo insieme il suo approccio, le attività e le sfide che affronta a livello locale ed europeo.Ne parliamo con Giacomo Pinaffo, Segretario Generale di Fondazione Me.S.S.In.A.
Fondazione Me.S.S.In.A. è una fondazione di comunità, quindi una fondazione locale, ma ben consapevole e attiva nell’affrontare le grandi sfide globali. Una Fondazione che è anche "un caso di studio", come la Fondazione di Agrigento e Trapani, di cui abbiamo già parlato.
In che cosa consiste la vostra visione e la vostra specificità?
La nostra Fondazione ha un focus forte sull’economia sociale, ed è nata con un obiettivo ampio: disegnare e realizzare politiche di sviluppo sostenibile per i territori, alternative alle politiche tradizionali.
Ci occupiamo quindi non tanto di singoli progetti, ma di attività in grado di coinvolgere settori diversi, dal manifatturiero alla rigenerazione urbana, a molti altri. La Fondazione guida innanzitutto un cluster di realtà dell’economia sociale, che insieme contribuiscono a disegnare e realizzare una politica di sviluppo integrata, in grado di coinvolgere tutti gli attori del territorio.
Nata nella città di Messina, la nostra Fondazione coinvolge oggi molti paesi delle aree interne siciliane, nelle Province di Messina e Catania, insieme a reti e a partner internazionali. Il nome, Fondazione Me.S.S.In.A., è allo stesso tempo un omaggio alla nostra terra di origine (Messina) e un acronimo che contiene i nostri valori fondamentali, che guardano a un orizzonte più ampio: “Me.S.S.In.A.” come Mediterraneo, Sostenibilità, Solidarietà, Inclusione e Accoglienza.
La nostra sfida è infatti quella di collegare il locale con il globale. Il nostro approccio vuole esplorare, lavorando a livello locale, vie replicabili e applicabili altrove. La Sicilia ha problematiche sociali e ambientali particolarmente acute: si colloca in fondo alle classifiche europee per tasso di occupazione, per numero di famiglie in stato di povertà, per quota di territorio a rischio di desertificazione (ben il 70%). Questo la rende anche un laboratorio ideale per sviluppare nuove politiche su temi importanti, come le disuguaglianze e il cambiamento climatico.
Molte delle politiche che testiamo diventano materiale per articoli scientifici, passando per peer review internazionali da parte di esperti e poi diffuse all’interno delle reti internazionali. Questo perché le lezioni utili apprese qui possono diventare utili anche in altri contesti, in Europa e nel Mediterraneo.
Siete attivi in moltissimi ambiti: parchi diffusi, patrimonio culturale, parchi industriali, microcredito e economia solidale, riqualificazione urbana, aree interne e welfare di prossimità, energia ed economia circolare, housing sociale… e non abbiamo sicuramente citato tutto. Potete raccontarci alcune esperienze che ritenete particolarmente significative?
Una delle esperienze più interessanti è quella del birrificio Messina, che nasce da una esperienza di workers buyout che la Fondazione Me.S.S.In.A. ha incubato nei suoi primi passi. Si tratta di un birrificio storico, il primo birrificio in Sicilia, fondato nel 1923, fallito nel 2013 e poi riaperto nel 2014 da un gruppo di lavoratori, che crea una nuova cooperativa: da allora il birrificio è in continua attività e si collega ad altre iniziative di sviluppo.
Una di queste iniziative è legata a un progetto europeo: il progetto LIFE RESTART, finanziato dal programma LIFE, ha realizzato attività di ricerca e installazione di un impianto di produzione di bioplastiche a Roccavaldina, una zona interna del messinese con molte strutture industriali abbandonate, alti tassi di spopolamento e disoccupazione. L’impianto è stato inaugurato nel 2025: permette di utilizzare il malto esausto del birrificio per la produzione di bioplastiche e, dato il contesto in cui si inserisce, vuole essere al centro di uno sviluppo più ampio della comunità.
Il comune di Roccavaldina è anche stato selezionato dal bando Borghi lanciato dal Ministero della Cultura nell’ambito del PNRR, con il Progetto GHADAN. Così si sono create ancora più sinergie, con azioni di sistema intorno alla fabbrica su siti storici, mobilità sostenibile, comunità energetiche rinnovabili e molto altro.
Questo è per noi un ottimo esempio di come si possono connettere diversi punti grazie a un’azione orientata ad un ecosistema, un cluster, più ampio rispetto al singolo progetto.
Un altro esempio? Fondazione Me.S.S.In.A. ha ottenuto il CEB Award for Social Cohesion, premio della banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, con il programma Capacity, iniziativa di rigenerazione urbana per le periferie sud di Messina dove esistono ancora le baraccopoli costruite dopo il terremoto del 1908, aree degradate con le caratteristiche dei quartieri ghetto.
L’iniziativa ha coinvolto 205 famiglie in una politica di rigenerazione urbana, che le ha portate a lasciare la baraccopoli per trasferirsi in case dignitose di loro scelta, con supporto agli inserimenti lavorativi e all’emersione del lavoro irregolare. Gli spazi liberati dalle baraccopoli ospitano un ampio parco urbano, con strutture in bioarchitettura che integrano unità abitative, una biblioteca e un centro per l’infanzia.
Questo luogo è diventato anche un sito pilota per testare innovazioni all’interno di vari progetti europei come test per tecnologie innovative, come le batterie sviluppate da un progetto Horizon Europe chiamato “Hybris”, per trasformare l’area in una comunità energeticamente autosufficiente con un innovativo sistema di stoccaggio che compensa il problema della continuità che caratterizza le energie rinnovabili. L’aspetto tecnologico si è unito a un’analisi degli indicatori sociali dei membri della comunità, per andare verso chi ne ha più bisogno. Un ulteriore progetto Horizon Europe (SOCIAREM) appena iniziato si concentrerà sulle modalità di coinvolgimento attivo e partecipativo dei membri della comunità energetica.
Molti aspetti della vostra attività si sviluppano attraverso progetti europei. Come avete iniziato e come vi ci siete avvicinati?
La nostra esperienza è abbastanza recente, lavoriamo con i progetti europei da circa 5 anni. È un’attività molto utile, sia per creare connessioni con altri attori europei, reti e partenariati con soggetti nuovi e di altri territori, sia perché i progetti europei stimolano molto l’innovazione. Come Fondazione Me.S.S.In.A., lavoriamo su programmi ampi e combinati, che uniscono anche più progetti, tra cui abbiamo iniziato a inserire quelli europei. Più esperienze si riescono a far interagire meglio è, e la collaborazione nel Mediterraneo passa anche dall’Europa.
Il primo progetto europeo cui abbiamo partecipato è stato GIMED, un progetto ENI CBC MED di cooperazione territoriale europea in ambito mediterraneo, con un focus su incubazione e supporto di imprenditori, in particolare giovani e donne, nel settore dell’eco-innovazione in Spagna, Libano, Palestina, Tunisia, Egitto e Italia.
Continueremo sicuramente a partecipare a call di questo tipo, perché rispecchiano pienamente il nostro obiettivo di collegare il locale con il globale, di accogliere e sperimentare nuove politiche.
Data la dimensione molto ampia dei progetti, che coinvolge anche paesi extra-UE, partecipiamo principalmente come partner.
Per quanto riguarda i partner con cui abbiamo iniziato a lavorare a livello europeo, è stato molto utile il rapporto sull’innovazione sociale e ambientale pubblicata dal GECES (Commission Expert Group on the Social Economy and Social Enterprises), gruppo di esperti incaricato di consigliare la Commissione europea sulle politiche legate all’economia sociale. Nel rapporto, non solo è stato individuato il nuovo modello di cluster di economia sociale, ma sono anche citati molti case studies di cluster di questo tipo esistenti in Europa. Questo ha permesso a vari soggetti in Europa di riconoscersi e stabilire contatti, creando collaborazioni con altri cluster.
Tra i nostri partner nel Mediterraneo, lavoriamo molto con MedWaves, Centro di Attività Regionale del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP/MAP) nato dalla convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo, che lavora per la cooperazione internazionale nel Mediterraneo su modelli di Consumo e Produzione Sostenibili (SCP).
Con loro abbiamo portato avanti il progetto europeo SOFIGREEN: Social Finance for Social Greening, finanziato dal programma COSME. Il progetto ha sostenuto piccole e medie imprese dell’economia sociale in Europa, Nord Africa e Medio Oriente, con attività di capacity building per sostenerle nella transizione ecologica di processi e attività, con supporto per la preparazione agli investimenti e la raccolta dei finanziamenti necessari per compiere il salto di qualità, interagendo con ecosistemi territoriali più ampi.
C’è poi il progetto LIFE-RESTART, di cui abbiamo già parlato: ha permesso di avviare la trasformazione di malto esausto in bioplastiche e ne siamo stati i coordinatori.
Cosa state "raccogliendo" dalla vostra partecipazione ai progetti europei? Come vi state strutturando e quali sono i vostri consigli per chi vuole intraprendere questo percorso?
La progettazione europea ci interessa molto come opportunità di finanziamento delle politiche che sviluppiamo e come opportunità di innovazione, ma attivare la progettazione europea in soli 5 anni non è un processo semplice dal punto di vista organizzativo. È un percorso lungo, in cui ci si “fa le ossa” piano piano, studiando le procedure e la documentazione per passare dalla teoria alla pratica.
Per questo, nella maggior parte dei casi collaboriamo come partner, proponendoci come coordinatori solo in progetti in cui abbiamo una idea progettuale molto specifica. È importante collaborare con partner che abbiano già esperienza, per evitare di appesantire il carico amministrativo.
La partnership è fondamentale. Sia per la progettazione iniziale, per presentare un progetto solido, ma anche per la parte successiva di gestione: partner poco solidi rischiano di compromettere il progetto. E nel caso in cui si è coordinatori di progetto, bisognerà compensare le difficoltà con uno sforzo aggiuntivo.
Per questo è importante fare un buon screening e analisi dei potenziali partner. Nel nostro caso, le reti europee, come REVES, il network europeo delle città e delle regioni per l’economia sociale, e FEBEA, la federazione europea banche etiche cooperative, sono state fondamentali per avere accesso a partner distribuiti in paesi diversi e mobilitabili. I partner portano anche conoscenza pregressa, che se ben integrata nel partenariato può generare un vero e proprio “effetto palla di neve” in positivo.
Un altro aspetto cui fare molta attenzione è quello amministrativo, che richiede attenzione specifica, personale capace di gestire, leggere i regolamenti e supportare i partner nell’adeguarsi e produrre il materiale richiesto (ad esempio: per il calcolo del costo personale secondo le modalità richieste). Per questo è importante attivare delle formazioni interne, creare template, organizzare call specifiche con i partner per integrare e adattare le differenze tra i vari paesi in un unico sistema di gestione.
La preparazione e i primi passi sono cruciali, e in questo la vostra Guida può essere di grande aiuto. Occorre innanzitutto iniziare a “digerire” come funzionano i fondi europei. Studiarsi i programmi, i programmi di lavoro annuali, guardare delle call di esempio per capire come sono strutturati i bandi, i criteri di ammissibilità, la struttura del budget. Tenendo presente che non tutti i progetti europei passano dal portale Funding&Tenders, ma possono essere lanciati “a cascata” da altri programmi e progetti.
Questi primi passi permettono di individuare le opportunità più adatte alle proprie esigenze e ai propri ambiti di attività. E successivamente, a individuare i partner e i soggetti con cui lavorare, a partire dalle proprie reti di riferimento.
Il resto è pazienza, buona volontà, strategia e investimento di tempo.