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Fondi europei 2028-2034: competitività o coesione?

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Immagine che rappresenta l'equilibrio nei fondi europei 2028 2034

Da Torino a Milano: equilibri e proposte nel dibattito sul futuro dei fondi europei

Un dibattito che si allarga e si consolida

Dopo Torino, il confronto sulla nuova programmazione europea si sposta a Milano. Lo scorso 25 maggio un nuovo incontro, promosso da Fondazione Cariplo insieme a Regione Lombardia e ANCI Lombardia, ha coinvolto rappresentanti delle principali istituzioni europee, esponenti di amministrazioni pubbliche, fondazioni e terzo settore.

L’evento si è articolato in interventi istituzionali e contributi delle istituzioni europee, una sessione dedicata al futuro della politica di coesione e delle politiche sociali e una, conclusiva, sul ruolo degli Enti Locali, delle Regioni, del Terzo Settore e delle fondazioni. Ha ripreso e approfondito i temi già emersi negli ultimi mesi – anche sulle pagine di EUknow.it – confermando una percezione sempre più condivisa: il ciclo 2028‑2034 dei fondi europei sarà profondamente diverso da quello attuale. Non solo per la struttura dei programmi, ma per il modo stesso di progettare, programmare e utilizzare le risorse europee.

L’evento si è aperto con un video infografico sul prossimo bilancio UE 2028-2034, che ne riprende efficacemente le sfide, le caratteristiche, le tappe e gli interrogativi ora al centro del dibattito.

A questo link è possibile rivedere la registrazione integrale dell’evento "Il futuro della programmazione europea".

Un nuovo MFF: meno risorse (relative), più pressione

Uno dei primi elementi emersi riguarda il budget complessivo dell’Unione europea. Nonostante le crescenti sfide dell’Europa e dei territori, il livello del bilancio resta contenuto e in linea con le posizioni degli Stati membri più prudenti. Il Parlamento europeo ha proposto un valore pari all’1,27% del Reddito Nazionale Lordo europeo (escludendo il rimborso del debito di NGEU), con un aumento di circa il 10% rispetto alla proposta originaria della Commissione europea.

Questo significa, in concreto, più pressione sulle risorse disponibili e maggiore competizione tra priorità politiche e tra beneficiari. Allo stesso tempo, una parte crescente dei fondi sarà orientata verso temi come la competitività, la difesa e le transizioni strategiche. Il rischio, più volte sottolineato, è che le dimensioni sociale, territoriale e ambientale – centrali per molti attori locali – vengano progressivamente marginalizzate o messe in competizione tra loro.

Il “megafondo” nazionale: un cambio di paradigma

Uno degli elementi più dirompenti della nuova architettura è la creazione di un grande fondo a gestione nazionale, il Piano di Partnership Nazionale e Regionale (PPNR), che unisce politiche finora distinte: coesione, fondi sociali, agricoli e di sviluppo regionale – e altri strumenti a gestione condivisa.

Questo “megafondo” è ispirato al modello del PNRR ed è basato su una logica “performance‑based”. Tale logica costituisce anche una risposta alle valutazioni sulla politica di coesione, che sono risultate poco positive per alcune aree e contesti europei, e dalla volontà di passare da una logica di spesa, finora predominante (focus su quando, in cosa e come sono stati impegnati e spesi i fondi) a una logica di risultati (focus sui risultati attesi ed effettivamente raggiunti grazie ai fondi).

Essa porta però con sé alcune conseguenze rilevanti: una maggiore centralizzazione delle decisioni, una riduzione del ruolo di programmazione e gestione delle amministrazioni territoriali (ad esempio, le Regioni italiane rischiano di diventare attuatrici e non più protagoniste della programmazione europea) e una competizione tra priorità (sociali, ambientali, rurali e territoriali) che prima facevano riferimento a fondi dedicati.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento di attenzione: la necessità di superare alcune criticità emerse nell’esperienza del PNRR, che nonostante la sua pervasività non ha prodotto in Italia effetti sulla crescita e sulla competitività paragonabili a quelli osservati in altri Paesi, come ad esempio in Spagna.

Governance e partecipazione: un nodo aperto

Un altro tema centrale riguarda la governance di questo nuovo sistema.

Il principio di partenariato – pilastro tradizionale della politica di coesione – resta presente nella nuova programmazione, ma non è ancora chiaro come sarà applicato. In assenza di vincoli stringenti, il rischio è che il coinvolgimento dei territori e della società civile sia limitato. L’esperienza del PNRR rappresenta, da questo punto di vista, un precedente significativo: una programmazione efficace in termini di rapidità, ma percepita come poco partecipata da molti attori locali.

Territori e società civile chiedono in questo senso un rafforzamento dei meccanismi di partenariato, con vincoli più chiari di consultazione e di coinvolgimento nella definizione (ed eventuale approvazione) dei piani nazionali.

Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalle condizionalità che verranno applicate: il nuovo fondo dovrà operare all’interno dei piani strutturali di bilancio nazionali e delle “raccomandazioni di primavera” della Commissione europea, restringendo i margini di flessibilità operativa. La destinazione di impiego dei fondi dovrà seguire parametri e priorità di investimento, spesa pubblica e riforma predefiniti in un piano di bilancio pluriennale, e dettagliati ogni anno attraverso raccomandazioni specifiche.

A questo si aggiunge la complessità della gestione “performance‑based”, che richiede competenze avanzate di programmazione, monitoraggio e valutazione. Capacità che non tutti gli attori territoriali possiedono oggi. Nel nuovo sistema (così come è avvenuto nell’esperienza del PNRR) la semplificazione dei rapporti tra Commissione e Stati membri non si traduce necessariamente in una semplificazione per gli Enti Locali e per i beneficiari.

Competitività vs Coesione: un equilibrio da ricostruire

La nuova programmazione tende a superare vincoli tematici e territoriali rigidi, introducendo una logica trasversale basata su performance ed eccellenza.

Questo approccio ha una sua razionalità, ma comporta anche il rischio di acuire i divari sociali e territoriali: potrebbe infatti incentivare la realizzazione di interventi a impatto immediato e facilmente misurabile e su territori dinamici; e disincentivare la realizzazione di azioni con effetti di lungo periodo, più difficilmente misurabili (occupazione, inclusione, ambiente), o in territori più “difficili”.

In altre parole, il grande tema sarà come tenere insieme competitività e coesione, evitando che la prima assorba completamente la seconda.

Territori e società civile chiedono in questo senso un’allocazione per “sub-heading” più definiti e specifici sugli aspetti sociali, ambientali e territoriali: aspetti che rischiano di essere penalizzati sia nei fondi a gestione nazionale, sia in quelli a gestione europea.

Fondazioni: da stakeholder a partner

In questo contesto, emerge con forza anche il ruolo delle fondazioni.

La nuova programmazione apre infatti uno spazio – e in parte una necessità – di coinvolgimento delle risorse filantropiche accanto a quelle europee. Un coinvolgimento che permetterebbe di rispondere a sfide comuni e di raggiungere più efficacemente i beneficiari sui territori.

Un coinvolgimento che però si realizza in modo sporadico perché non è ancora specificamente regolamentato nella normativa relativa all’utilizzo dei fondi europei (Financial Regulation), e non prevede un canale di dialogo in fase di costruzione dei programmi di lavoro. Queste condizioni potrebbero realizzarsi con una prossima revisione della Financial Regulation, con l’avvio di una piattaforma di dialogo prevista dalla Strategia europea per la società civile e con altre soluzioni previste specificamente all’interno dei programmi europei.

Si tratta di cambiamenti significativi in termini di ruolo, regole e responsabilità, già al centro delle discussioni a livello europeo (anche tramite Philea) e sempre più presente nel dibattito nazionale, di cui gli eventi di Torino e di Milano hanno rappresentato tappe importanti.

Prepararsi ora: programmare, non solo progettare

Uno dei messaggi più chiari emersi dall’incontro riguarda infine la necessità di iniziare a prepararsi fin da subito.

Nel nuovo contesto, non sarà più sufficiente “scrivere progetti” in risposta ai bandi. Occorrerà invece contribuire alla definizione di strategie e programmi, dal livello locale al livello nazionale, lavorando in rete per costruire portafogli di interventi coerenti e misurabili. Occorrerà rafforzare le competenze su impatto e rendicontazione, e creando una batteria di dati e indicatori robusta, soprattutto a livello comunale e locale, coerente con una logica “performance-based”.

Questo vale non solo per il livello nazionale, ma anche per il futuro Fondo Europeo per la Competitività, per il quale è necessario costruire un posizionamento riconosciuto nei settori individuati come prioritari, attraverso competenze e progettualità coerenti. E iniziare a ragionare su progetti capaci di realizzare – anche – un impatto dimostrabile in termini di sviluppo e di competitività.

Alcuni segnali in questa direzione sono già visibili. Fondazione Cariplo, ad esempio, sta lavorando a un confronto strutturato con la Regione Lombardia, con ANCI Lombardia e con gli attori del territorio per impostare una programmazione condivisa in vista del 2028‑2034. Lo stesso sta facendo la Fondazione CRC sul territorio di Cuneo.

Si tratta di esperienze ancora in evoluzione, ma che indicano chiaramente una direzione.

Una fase decisiva (e aperta)

Il quadro della nuova programmazione europea non è ancora definitivo, ma molti elementi chiave sembrano ormai delineati. Nei prossimi mesi si entrerà nella fase negoziale tra istituzioni europee e Stati membri, con margini di cambiamento che saranno probabilmente limitati.

Proprio per questo, il momento attuale è strategico. Come ha sottolineato il Presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Azzone, il punto fondamentale è attrezzarsi – come fondazioni, Enti Locali e territori – per un quadro che sarà diverso da quello attuale.

Per chi opera sui territori, nei progetti europei e nella società civile, la sfida non è solo adattarsi al cambiamento, ma anticiparlo e, per quanto possibile, definirlo.

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