Per la Giornata dell’Europa, scopriamo l’attività di Debating Europe: per dare voce ai giovani e ai cittadini, guardando insieme al futuro
9 maggio: una giornata per guardare al futuro dell’Europa
In occasione della Giornata dell’Europa (9 maggio) abbiamo intervistato Adam Nyman, co-fondatore e direttore di Debating Europe, per scoprire insieme a loro quali sono i metodi, le opportunità e le sfide per supportare una reale partecipazione civica, in un periodo storico di crescente scollamento tra cittadinanza e istituzioni.
Debating Europe è un’organizzazione con sede a Bruxelles che si occupa di advocacy a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Fondata come unità di Friends of Europe, un think tank indipendente attivo a Bruxelles da più di 20 anni, l’organizzazione lavora in collaborazione con altre realtà e partner in tutti i paesi membri dell’Unione europea, per portare la voce dei cittadini al cuore delle discussioni dei decisori politici europei.
Debating Europe ha l’obiettivo di “rendere la democrazia Europea adatta al 21esimo secolo”, attraverso un approccio “bottom-up” che trasforma sondaggi e focus group in una vera e propria “metodologia del dialogo”.
L’attività di Debating Europe parte da un’idea ambiziosa e affascinante. Potete raccontarcela?
La nostra idea di partenza è ambiziosa, affascinante, ma molto semplice: i cittadini dovrebbero essere al centro dello sviluppo delle politiche. La capacità delle politiche di seguire i bisogni dei cittadini definisce quello che chiamiamo “contratto sociale” ed è ciò che tiene insieme la società.
Il contratto sociale che regge la nostra società è ancora quello disegnato dopo la fine della guerra, e fatica ad adattarsi a una realtà profondamente diversa, caratterizzata da sfide enormi, come la digitalizzazione, il cambiamento climatico e la crisi demografica.
Vogliamo quindi cercare di ridisegnare questo contratto sociale, facendo in modo che i cittadini siano parte della soluzione, che siano coinvolti nel dibattito e nelle decisioni che cambiano o hanno un effetto sulla loro vita.
“Ridisegnare il contratto sociale”: che cosa vuol dire, e in che senso?
Ci sono molto esempi per spiegare che cosa vuol dire “ridisegnare il contratto sociale” e perché è importante. Voglio portarne uno che si lega strettamente alla nostra attività.
Il sistema di Welfare dei paesi europei, che è parte integrante del nostro stato sociale, e del nostro contratto sociale, è stato definito in una situazione demografica molto diversa da quella di oggi.
Oggi viviamo di più e abbiamo meno figli. Entro il 2050, ci saranno circa 60 milioni in più di persone in pensione in Europa, che dovranno essere sostenute da un numero decrescente di giovani. E i giovani in Europa tra i 18 ed i 35 anni oggi posseggono appena il 5% delle ricchezze, hanno difficoltà a trovare un primo lavoro e ad essere pagati in modo corretto. Devono affrontare le sfide sul mercato del lavoro poste dall’IA e la crisi abitativa. Se andranno in pensione, lo faranno dopo i settant’anni. E lo stesso vale per il sistema sanitario, che probabilmente in futuro non esisterà nello stesso modo in cui lo conosciamo oggi.
Non si tratta solo di un problema economico. I giovani rappresentano una minoranza della cittadinanza, dell’elettorato e della classe politica. Le priorità che li riguardano tendono a passare in secondo piano nell’agenda politica. Continuando ad aspettare però, il problema continua a crescere, e le soluzioni da adottare diventano sempre più drastiche, tali da essere sempre più difficili da accettare per un numero sempre più alto di persone. Si entra in un circolo vizioso.
In queste condizioni, i giovani – e non solo i giovani – rischiano di perdere fiducia nella politica e nei decisori politici, nei partiti tradizionali e nel sistema democratico. Questo alimenta il rischio che si orientino verso posizioni politiche più estreme, che offrono risposte veloci a questioni estremamente complicate, su temi chiave come il lavoro, il sistema abitativo, la salute, il welfare, le pensioni e il costo della vita.
Sono temi strutturali e molto complessi. Come fate ad affrontarli attraverso le attività di un progetto?
Un esempio molto attuale di come questo si traduca nel nostro lavoro è “Voices for Choices: Is Europe Ageing Fairly?”, un grande lavoro di cui sono appena stati pubblicati i primi risultati.
Il progetto si concentra sulle conseguenze dell’invecchiamento della popolazione europea sulle nuove generazioni. Abbiamo appena pubblicato i risultati di un’indagine che ha coinvolto 2000 giovani di 18-35 anni in Italia, Danimarca, Germania, Polonia, Spagna, Francia. Abbiamo affrontato 5 tematiche chiave:
- le pensioni, viste come l’elemento chiave di un contratto sociale ad oggi non più funzionante e sotto pressione;
- la situazione abitativa, che è la condizione di base per l’accesso alla vita adulta;
- il sistema sanitario, soprattutto dal punto di vista della fiducia dei cittadini e della sua sostenibilità nel lungo periodo;
- l’educazione, soprattutto dal punto di vista della sua capacità di preparare al mercato del lavoro;
- il lavoro, soprattutto dell’accesso al lavoro e dell’adeguatezza dei salari al costo della vita.
Per ciascuna di queste tematiche, l’indagine ha cercato di fare luce su diversi aspetti:
- le aspettative per il futuro (ad esempio, qual è l’età di pensionamento che i giovani vedono come più probabile);
- l’impatto delle condizioni presenti sulle scelte di vita (come nel caso della crisi abitativa);
- il grado di sostegno a determinate politiche pubbliche e a misure concrete nei diversi ambiti (ad esempio, il maggiore investimento in ambito sanitario nelle spese per la prevenzione);
- in quale misura l’approccio proposto su ciascun tema può avere un’influenza sulle scelte di voto (ad esempio, l’approccio al tema del lavoro è ritenuto centrale nelle scelte di voto).
Il nostro metodo di indagine ha numeri relativamente alti (2000 giovani in questi primi anni di lavoro), ma soprattutto vuole andare in profondità. Non è soltanto una raccolta di istanze e problemi, ma è anche un lavoro partecipativo su come, e a quale livello, possono essere risolti. Ed è, soprattutto, un canale per portare istanze e proposte direttamente al livello dei decisori politici europei, che avviano – per nostro tramite – un dialogo diretto con i giovani che partecipano all’iniziativa.
Questo aspetto è fondamentale: i cittadini devono sapere perché stanno spendendo tempo il loro tempo per noi, se e come la loro idea “viaggerà” fino a Bruxelles, quali saranno le conclusioni e quale impatto avranno. I dati che produciamo vengono utilizzati per sostenere workshops, summit, forum con decisori politici – selezionati sulla base delle loro competenze su un particolare argomento – per sensibilizzarli rispetto a quello che i cittadini hanno da dire.
Organizziamo anche incontri tra decisori politici e cittadini. Ad esempio, abbiamo tenuto da poco l’evento “State of Europe” a Bruxelles, dove abbiamo portato partecipanti ad alcuni dei nostri Focus Groups, che hanno potuto partecipare e intervenire nelle varie sessioni. C’è stato molto entusiasmo perché la gente si è alzata e ha ascoltato delle “persone vere”, non qualcuno che viveva nella “bolla di Bruxelles”.
La partecipazione civica è al centro di molti programmi e progetti europei. Come fate per fare in modo che sia “vera” e “sentita”?
In quello che facciamo, e in quello che si fa sui progetti europei, c’è un rischio reale di “citizen-washing”, ovvero di promuovere una partecipazione civica fittizia o “di facciata”.
Per evitare di cadere in questa trappola, riteniamo innanzitutto fondamentale la chiarezza d’intenti, ovvero la chiarezza, di fronte a chi partecipa al progetto, rispetto a cosa si intende fare del loro contributo, a quale strada farà e a quale impatto potrà avere. Questo è al centro della missione di Debating Europe, che utilizza sistematicamente quanto raccolto dai cittadini per attività strutturate di dialogo con le istituzioni europee.
Un altro aspetto fondamentale è affrontare temi vicini alla realtà. Se parli di questioni troppo elevate, tutto diventa astratto. Ad esempio, se chiedi a cittadini “che cosa dovrebbe fare l’UE?”, nella maggior parte dei casi non potranno che dare risposte superficiali e “di facciata”, perché in pochi conoscono i meccanismi di funzionamento e i vincoli delle istituzioni europee. Se invece chiedi loro: “che cosa faresti per la tua scuola, il tuo ospedale, il tuo parco?”, allora risponderanno. E risponderanno volentieri, in modo coinvolto e informato, dando un contributo reale al dibattito. Il contributo di tanti focus group locali, che affrontano problemi vicini e reali, ci permette di dare un quadro vivido e reale di quello che si sente e si propone a livello europeo.
Tutto questo non sarebbe possibile senza aver prima costruito una rete efficace e capillare nei diversi paesi, nelle diverse realtà locali, in cui lavoriamo con partner della società civile, con fondazioni e organizzazioni giovanili. Senza di loro, non saremmo mai in grado di replicare lo stesso livello di coinvolgimento e partecipazione in ciascun paese. Lavoriamo e formiamo queste reti di partner per poter portare avanti i programmi che sviluppiamo, dando loro gli strumenti per facilitare un focus group, utilizzando una metodologia comune, in grado di produrre una restituzione globale accurata.
Devi poi saper indossare “cappelli” diversi: lavorare sia con la società civile e con i cittadini, sia con i politici, in un linguaggio che capiscano e che sia concreto dai rispettivi punti di vista, e poi cercare di unire i puntini. Non serve a nulla gestire gruppi di cittadini e sperare che l’energia che ne scaturisce venga compresa da un politico. Non succederà mai. Devi capire qual è il linguaggio e quali sono le leve che faranno “scattare” qualcosa in un politico su un tema specifico. Per farlo, devi sapere a che punto è quella legislazione o quella politica, e cosa farà scattare l’interesse.
È anche importante assicurarsi che siano coinvolti i politici giusti. Non quelli che non dicono, o pensano: “sì, bravi, è tutto molto bello, ma ora torniamo a decidere noi”. Qualcuno che creda davvero nel processo, e nella sua utilità: che sta anche nel rendere più efficace e credibile, agli occhi dei cittadini, il suo stesso ruolo come rappresentante e come politico. Questa è una sfida, sia a Bruxelles che negli Stati membri. Ma è anche una sfida che politici e funzionari hanno iniziato a raccogliere.
Abbiamo parlato di sfide, per l’Europa e per i cittadini. Quali sono le “grandi sfide” nella vostra attività di ogni giorno?
Le principali sono proprio quelle di cui abbiamo appena parlato: “mantenere la rotta”, in termini di coerenza e di chiarezza d’intenti; restare vicini alla realtà e animare le reti locali; puntare sul linguaggio, sulle leve e sugli interlocutori giusti.
Ma ce ne sono anche altre. Una delle grandi sfide su cui ci concentriamo, e che riassume in termini diversi il senso di tutto che abbiamo detto, è quella di depolarizzare la società. In qualche modo, l’obiettivo di tutto quello che facciamo è riuscire a far riunire le persone per trovare un terreno comune, de-polarizzando il dibattito, e portarlo su una scala più ampia. Non si tratta propriamente di “salvare la democrazia”, né tantomeno di trovare “alternative alla democrazia”, quanto piuttosto di depolarizzare la società e di favorire il dialogo – tra i cittadini, e tra i cittadini e i loro rappresentanti – che è al cuore del buon funzionamento della democrazia.
È un approccio che richiede tempo ed energia, ma funziona. E che può essere una piccola luce di speranza, nell’attuale contesto di crescente polarizzazione. Porto un esempio di qualche anno fa: avevamo organizzato una serie di focus group in Germania, che riunivano deliberatamente elettori di centro, di sinistra radicale e di estrema destra. Volevamo vedere cosa sarebbe successo mettendoli insieme in una sessione facilitata. Dopo un’ora e mezza, l’80% degli elettori di entrambi gli estremi ha iniziato a gravitare verso il centro su questioni che avevano in comune, perché improvvisamente avevano iniziato a “umanizzare” i problemi. Parlavano con persone con cui non avevano mai parlato prima: non figure “diaboliche”, ma persone con un punto di vista, sulle piccole questioni, che poteva essere discusso, e condiviso. Sono piccoli tasselli di “costruzione della fiducia”, di confidence building, che può aiutare ricucire piccoli pezzi di società, a partire dal livello locale.
Questo ci porta a un’altra sfida cruciale su cui stiamo lavorando, ovvero quella scalare la nostra attività: riuscire a passare dai focus group di 10/20 persone al coinvolgimento di migliaia di persone, che è l’unico modo per ottenere un valore, un impatto reale. Scalare tutto questo in modo che non siano solo poche persone in diversi paesi a farlo, ma centinaia di migliaia, costantemente, con obiettivi e risultati chiari. Per riuscirci, occorrono impegno, visione, rigore, persone e finanziamenti. Occorre raccogliere una massiccia quantità di dati dai cittadini, che sono estremamente importanti per creare un sistema strutturato e continuo di scambio tra cittadini e decisori politici. Stiamo cercando le risorse e le modalità più efficienti per farlo, come ad esempio l’uso di piattaforme di intelligenza artificiale per coinvolgere più persone e per tradurre, sintetizzare e analizzare i dati.
Abbiamo parlato di tante sfide cruciali per l’Unione europea. Che ruolo hanno i progetti europei nell’affrontarle?
Il finanziamento dell’UE per questo tipo di progetti è critico. La capacità di mantenere vivi i progetti della società civile europea e locale non è mai stata importante come oggi. Le organizzazioni della società civile e i loro progetti sono la linfa vitale della democrazia in Europa e dipendono fondamentalmente dai fondi europei per esistere, e per cercare di fare la differenza.
Oltre alla scarsità di fondi, le organizzazioni attive in questo ambito lamentano una scarsa flessibilità dei bandi e dei progetti, che spesso vincolano a mantenere attività o strutture non più rispondenti ai bisogni, e processi di rendicontazione e reporting spesso onerosi, soprattutto per piccole organizzazioni. Friends of Europe è un’organizzazione fortunata perché è relativamente grande, ha staff dedicato al lavoro sulle proposte e sulla rendicontazione, processi consolidati e fondi da governi e istituzioni. Ma molte piccole associazioni devono passare il 30% del loro tempo a rendicontare invece che a realizzare ciò per cui hanno ottenuto i fondi. Le organizzazioni della società civile chiedono flessibilità e fiducia. Chiedono che l’Unione europea investa e creda nel loro ruolo di difesa della democrazia e – in ultima analisi – della società. Ogni prospettiva di taglio o di dirottamento dei fondi significherebbe togliere linfa e vita a quello che è sempre stato, e resta, lo strumento di difesa più vero e autentico dell’Unione europea.