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Buone pratiche nei progetti europei: cosa sono e come usarle

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Aereo di carta giallo tra aerei bianchi, simbolo di innovazione e buone pratiche nei progetti europei

Che cosa si intende con “buone pratiche”: come identificarle, dove cercarle e come usarle nella scrittura dei progetti europei

Le buone pratiche nei progetti europei: facciamo chiarezza

Nei progetti europei, i termini “good practice” e “best practice” vengono utilizzati continuamente, così da perdere a volte un po’ del loro significato e della loro rilevanza.

Ne abbiamo data una breve definizione nel nostro Glossario. Proviamo ora a fare un po’ di ordine, andando a definire gli ingredienti chiave di una buona pratica, dove vengono raccolte nell’ambito dei principali programmi europei e in che modo possono essere utili per ispirare i propri progetti.

“Good practice” o “best practice”?

Innanzitutto, che cosa si intende per “good practice”, o “buona pratica”? E in cosa si distingue da una “best practice”? Nell’ambito dei programmi e dei progetti europei la distinzione tra i due termini è legata al modo in cui i risultati dei progetti vengono valutati, condivisi e scalati.

Non esiste una definizione univoca o ufficiale di “buona pratica” all’interno dei programmi europei, ma nel suo uso generale, la si può definire come un’azione, un metodo, un’iniziativa o un progetto che ha dimostrato di poter funzionare con successo, di cui questa capacità è confermata e documentata da dati verificabili e che è trasferibile e replicabile ad altri contesti. In questo senso, la “buona pratica” risponde in modo pieno e verificabile ai criteri di valutazione dei progetti europei, in termini di:

  • rilevanza, ovvero è allineata con le priorità europee e con i bisogni dei destinatari;
  • efficacia, ovvero è in grado di produrre i risultati desiderati in modo ottimale ed efficiente;
  • trasferibilità e replicabilità, ovvero replicabile o scalabile in altri contesti o paesi;
  • sostenibilità, ovvero è in grado di mantenere i suoi benefici nel lungo periodo e anche in assenza delle risorse di un progetto.

Il termine “best practice” è tendenzialmente meno utilizzato rispetto a “good practice”, ed è più spesso riferito a metodologie codificate e di ampio respiro. Infatti, rispetto al termine “good practice”, una “best practice” è connotata come una soluzione adatta a ogni ambito e contesto, e che rappresenta per questo lo “stato dell’arte” in un settore specifico. L’utilizzo di questo termine è più calzante in ambiti in cui esiste una consolidata prassi scientifica nella definizione di metodi e procedure, come ad esempio nell’ambito della ricerca e dell’innovazione, della salute pubblica o della gestione dei progetti. Utilizzare il termine “best practice” può invece essere fuorviante se ci si riferisce a progetti molto legati a un contesto specifico, come ad esempio quelli in ambito sociale, culturale o di sviluppo locale.

Le buone pratiche nei progetti europei: dove trovarle

Online sono disponibili diversi siti che raccolgono le buone pratiche riferite ai principali programmi europei. Riportiamo qui di seguito alcuni esempi interessanti:

  • La piattaforma di Erasmus+ dedicata ai progetti approvati, in cui è possibile accedere, tramite apposito filtro, alla descrizione di tutti i progetti che hanno ottenuto dalle Agenzie Nazionali il riconoscimento di buona pratica;
  • Il sito di URBACT, programma europeo che si concentra soprattutto sul riconoscimento e trasferibilità di buone pratiche (di cui abbiamo parlato anche qui e qui) tra città europee, e che dedica una parte specifica del sito a tutte le buone pratiche approvate dal programma;
  • La Mappa delle buone pratiche di Interreg, che permette di consultare soluzioni a livello europeo, nazionale, regionale in diversi settori. Rende inoltre possibile condividere la buona pratica di un proprio progetto, che in seguito a validazione può essere inserite nell’apposito nel database. I progetti sono classificati in sei settori chiave: smart (ricerca e innovazione, PMI, digitalizzazione, etc.), green (energie rinnovabili, cambiamento climatico, economia circolare, etc.), connected (mobilità sostenibile), social (mercato del lavoro, inclusione sociale, salute, etc.), citizen (sviluppo urbano integrato) e governance (attuazione di politiche pubbliche);
  • Il Repository delle best practices all’interno della piattaforma di valorizzazione della conoscenza, un database online curato dalla Direzione Generale per la Ricerca e l’Innovazione della Commissione europea. Il suo scopo principale è raccogliere, documentare e condividere esempi concreti e storie di successo su come i risultati della ricerca scientifica e accademica vengano trasformati in soluzioni pratiche, prodotti o servizi che portano benefici alla società e all’economia creando impatto al di fuori delle mura accademiche.

Nella nostra Guida è inoltre disponibile la sezione Projects Finder, una mappatura di tutti i progetti a livello europeo, che può essere di supporto nel caso di una ricerca con un preciso orientamento geografico o di programmi non menzionati nei punti precedenti.

Oltre ai progetti, è anche utile consultare eventuali guide tematiche sviluppate dalla Commissione europea per determinati ambiti di intervento o di gestione dei progetti. Molte sono raccolte, esaminate e proposte in un’apposita sezione della nostra Guida. Si tratta in molti casi di linee guida con casi concreti e buone pratiche dedicate, ad esempio, all’integrazione degli aspetti trasversali all’interno dei progetti, come la guida sulle buone pratiche ambientali sviluppata per il programma Europa Creativa.

Buone pratiche nei progetti europei, come utilizzarle

Le risorse che abbiamo appena descritto diventano molto utili nel momento in cui ci si approccia alla scrittura di un progetto europeo. Il nostro consiglio è quello di prendersi un momento per analizzare i progetti che hanno ricevuto la validazione come “buona pratica” dalla Commissione europea all’interno del proprio ambito di intervento, considerando i 3 o 4 più rilevanti e tenendo conto di aspetti come:

  • Il consorzio: in che misura la composizione del partenariato, la sua organizzazione e la sua complementarietà sono state determinanti nel creare la “buona pratica”;
  • La struttura del progetto: in che modo la “buona pratica” è stata ottenuta grazie a una buona definizione di obiettivi, risultati, Work Packages e attività, e a una loro buona organizzazione in termini di tempi e risorse;
  • Le metodologie e gli approcci utilizzati: sono stati sperimentati elementi innovativi oppure l’innovazione è consistita in una diversa modalità di applicazione di metodologie esistenti, ad esempio a nuovi contesti o a nuove tipologie di destinatari?
  • I deliverables prodotti: che nei progetti europei (salvo casi molto specifici) sono normalmente disponibili online e liberamente consultabili;
  • Gli indicatori utilizzati e come sono stati raggiunti: informazioni spesso disponibili nel materiale pubblicato sui siti di progetto;
  • La strategia di sostenibilità che ha permesso di mantenere le attività di progetto vive ed efficaci anche dopo la sua conclusione.

Questa analisi può accompagnare la scrittura del progetto: per cogliere gli aspetti replicabili delle buone pratiche nei progetti europei individuate, introdurre ulteriori elementi di innovatività ed evitare che il progetto ne rappresenti una semplice “replica”. Questo approccio è quasi sempre valorizzato negli stessi formulari di compilazione di progetto, che dedicano spesso una sezione apposita alle sinergie del progetto con altre iniziative e buone pratiche sviluppate a livello europeo.

Individuare, analizzare, applicare e far cresce le “buone pratiche” dentro ai propri progetti è un modo sicuro per continuare a migliorare e a distinguersi in un ambito sempre più competitivo.

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