Gestire le risorse acquatiche con i progetti europei: esperienze vincenti per i bandi europei sulla biodiversità
Se quest’estate vi abbiamo parlato di progetti europei e tutela del mare, ora vi raccontiamo un’esperienza che parla invece di acque dolci. Per la nostra sezione Storie, ci siamo “tuffati” in un contesto locale, quello del Lago Maggiore, per raccontare l’esperienza dell’Istituto di Ricerca Sulle Acque del CNR (CNR-IRSA) e di come i fondi europei vengono integrati nella loro attività di ricerca e supporto scientifico e tecnologico per la gestione delle acque e della biodiversità, creando un ponte tra la dimensione locale e quella europea.
Ne parliamo dal punto di vista dei progetti LIFE, principale programma europeo per la biodiversità, il cui futuro nel prossimo budget dell’Unione europea è ad oggi incerto (ne abbiamo parlato qui e qui).
Il CNR-IRSA è composto da 5 sedi in tutta Italia (Brugherio, Montelibretti, Bari, e Taranto Verbania) che si occupano del tema dell’acqua sotto diversi punti di vista: dalla gestione integrata e sostenibile della risorsa acqua e delle sue risorse biologiche, alla biodiversità degli ecosistemi acquatici; dalla depurazione delle acque, alla bonifica di siti contaminati e all’economia circolare.
Scopriamo insieme l’esperienza della sede di Verbania (VCO) con Pietro Volta, ricercatore e ittiologo del CNR-IRSA dal 2011.
L’Istituto di Ricerca Sulle Acque (IRSA) si occupa di una risorsa unica e insostituibile. In che modo?
La sede di Verbania nasce come Istituto italiano di Idrobiologia agli inizi del 1900, caratterizzandosi per attività di ricerca e monitoraggio delle acque dolci, con un approccio tipicamente olistico. Un lago o un corso d’acqua, infatti, sono costituiti da componenti abiotiche e biotiche. Per comprenderne il funzionamento è dunque necessario conoscere tutte le singole parti che poi interagiscono tra loro.
La sede di Verbania è diventata parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche nella seconda metà degli anni ’70, e recentemente è entrata a far parte dell’Istituto di Ricerca sulle Acqua (IRSA) che segue e amplia il tema della ricerca teorica ed applicata sulle acque dolci, includendo aspetti quali la depurazione e l’ecotossicologia.
Le competenze del personale riguardano la fisica e la chimica delle acque e lo studio dei componenti biologici (plancton, piante acquatiche, pesci, sedimenti). Il leit motiv del nostro Istituto è sempre stato “conoscere per gestire”, ovvero fornire le conoscenze necessarie per una gestione consapevole dei corpi idrici superficiali, delle acque sotterranee e delle risorse acquatiche.
La vostra pagina "progetti" è fitta di nomi e contenuti. In che modo i progetti (e in particolare i progetti europei) entrano a far parte della vostra attività?
Sì, c’è molta “acqua al fuoco”. Le attività di ricerca di IRSA, e della sede di Verbania in particolare, recentemente hanno avuto un grande impulso grazie all’arrivo di molti giovani ricercatori. Temi come quello dello studio e della conservazione della biodiversità hanno trovato terreno fecondo per interagire positivamente col core storico delle competenze già presenti nel nostro Istituto, relative all’acqua dolce. E i progetti sono il motore delle nostre attività di ricerca. In particolare, si cerca sempre di unire le diverse competenze in progetti con una forte componente di ricerca applicata, così da poter “misurare” anche nel breve periodo i risultati. Questo è particolarmente vero per i progetti che puntano a migliorare lo stato di conservazione della biodiversità, e che hanno l’obiettivo concreto di supportare la gestione e protezione di laghi e corsi d’acqua.
I progetti europei sono una parte fondamentale delle nostre attività di ricerca, sia teorica che applicata. Sono davvero il cuore che permette il funzionamento di tutti gli istituti e del mondo della ricerca, perché garantiscono le risorse per l’attività. Le entrate statali sono limitate e così, le risorse provenienti dai fondi europei e dalle Fondazioni, sono centrali per garantire una contintuità di azione e di risultati. Sono una “fetta” sostanziale della “torta” ricerca, non una semplice “ciliegina”.
I progetti europei, poi, sono i più importanti perché permettono anche di ampliare orizzonti, approcci e ambiti di ricerca, come è successo nella nostra esperienza per il tema della biodiversità. Questo tipo di ricerca permette di declinare i principi teorici in attività concrete sul territorio, di disegnare le linee guida per la gestione delle risorse e degli ecosistemi sui nostri territori. Risultati che poi vengono trasferiti agli organi decisori che dovrebbero utilizzarli al meglio.
Il vostro primo progetto europeo è stato IdroLIFE, sul tema della biodiversità acquatica e dei corridoi blu, a livello locale. Vuoi parlarci di come è nato, di quali difficoltà avete dovuto superare e di quali sviluppi positivi ha portato alla vostra attività?
È stato il primo progetto europeo di grandi dimensioni che abbiamo seguito direttamente come sede di Verbania, con il ruolo di coordinatori. Tra il 2016 e il 2022, ha permesso di declinare localmente, nel territorio del VCO, alcuni principi cardine delle politiche europee sulla protezione della natura e biodiversità. Il partenariato del progetto era un insieme di Enti Pubblici e privati: oltre a CNR IRSA erano partner la Provincia del VCO, l’Ente Parco Nazionale Val Grande e GRAIA srl, una società di consulting ambientale.
Il progetto aveva l’obiettivo di migliorare lo stato di conservazione di alcune specie ittiche e del gambero di acqua dolce inserite nella Direttiva Habitat come specie da proteggere e il cui stato di conservazione andrebbe implementato. Il progetto era focalizzato sull’intera provincia del VCO, con un’attenzione particolare alle aree protette appartenenti alla Rete Natura 2000.
La strategia del progetto era multisfaccettata, e ha previsto sia azioni di ripopolamento diretto delle specie, che azioni di deframmentazione fluviale lungo il fiume Toce e il torrente San Bernardino (realizzazione di passaggi per pesci), oltre ad una fitta attività di educazione ambientale con i ragazzi e di coinvolgimento della popolazione locale e dei più importanti stakeholders (i pescatori). Le opere previste nel progetto sono state realizzate ed è stato creato un meccanismo virtuoso per cui ad oggi il ripopolamento continua, anche dopo la fine del progetto, insieme alle associazioni di pescatori.
Le difficoltà maggiori sono state quelle di riuscire a tenere insieme i tempi di realizzazione degli interventi da parte dei diversi partner di progetto, in particolare quelli afferenti alla Pubblica Amministrazione, con le esigenze specifiche dell’Unione europea. Tutti i principali risultati sono stati realizzati, inclusa la trasformazione di tutta l’asta del Fiume Toce in area protetta (Zona Speciale di Conservazione ZSC), ma purtroppo con ritardi oltre il tempo massimo contrattuale che hanno determinato tagli al finanziamento dell’Unione europea in sede finale di rendicontazione. Riuscire a far prendere coscienza agli uffici dell’UE che la realtà italiana, soprattutto quella che si interfaccia tra pubblica amministrazione e politica, ha tempi potenzialmente molto diversi rispetto a quella anglosassone e teutonica non è stata cosa facile anzi, non è stato possibile.
Anche il fattore meteo è stato una sfida e in alcuni casi un problema, diretto o indiretto: durante il progetto c’è stata una piena del Fiume Toce secolare, con tempi di ritorno pari a cento anni, un evento davvero eccezionale che ha spostato il letto del fiume Toce verso sinistra con conseguenze su uno dei passaggi per pesci realizzati. In sede di rendicontazione del progetto, è stato ritenuto che tale evento non fosse inquadrabile come causa di forza maggiore e che quindi non si ritenevano eligibile i costi di esecuzione. Di conseguenza anche in questo caso c’è stata una riduzione dei fondi in fase finale. Ma oggi, dopo 5 anni, il fiume è tornato dove era in precedenza e il passaggio per pesci svolge il ruolo per cui è stato progettato.
La vostra attività sui progetti europei sta continuando con il LIFE Predator. Quali sono stati (e sono) genesi, difficoltà e benefici? Come sta andando il progetto?
Il progetto è cominciato nel 2022, terminerà nel 2027 e si occupa del tema delle specie aliene invasive, uno dei cardini della Strategia Europea per la Biodiversità. Si occupa in particolare del pesce siluro, specie ittica arrivata in Italia circa 70 anni fa, e che si è diffusa prima nei tratti terminali del Po e dei suoi canali e poi, recentemente, nei laghi di tutto il bacino padano, creando seri problemi per la biodiversità acquatica, soprattutto negli ambienti di piccole dimensioni. Ci sono alcuni piccoli laghi in cui il 90% della fauna ittica è costituita solo da pesce siluro.
LIFE Predator è un progetto più internazionale del precedente, con 4 partner italiani (IRSA CNR, G.R.A.I.A. Srl, Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, Città Metropolitana di Torino), due in Portogallo (Facoltà di Scienze dell’Università di Lisbona e FCiências.ID) e uno in Repubblica Ceca (Biologické centrum AV ČR). In Repubblica Ceca il pesce siluro è autoctono, per cui hanno una grande esperienza nel trattare la specie nel suo contesto naturale.
Anche in questo caso la strategia è multisfaccettata: sono previste sia azioni di prevenzione precoce e di contenimento e/o eradicazione, che azioni di coinvolgimento della popolazione (in particolare dei pescatori) e azioni di citizen science.
L’obiettivo è di agire in particolare nei siti lacustri compresi nella Rete Natura 2000 per ridurre il numero di pesci (idealmente, eradicare la specie) e contribuire a ripristinare la biodiversità autoctona, con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche per assicurare la sostenibilità nel lungo periodo. È un progetto importante anche dal punto di vista scientifico perché prevede attività innovative di analisi del DNA ambientale per identificare la presenza dei pesci e l’utilizzo di strumenti come la telemetria acustica per studiare il comportamento dei pesci nelle diverse stagioni, così da avere un quadro il più possibile esaustivo della ecologia di questa specie al fine di migliorare e implementare le metodologie di detezione precoce, contrasto e cattura. Non da ultimo, il progetto prevede anche l’utilizzo del siluro a scopo alimentare, promuovendone il consumo, soprattutto a livello locale, in un’ottica di economia circolare.
Oggi abbiamo superato la metà del progetto: in molti laghi la biomassa del siluro appare diminuita significativamente grazie alle azioni di cattura selettiva, è stato sviluppato un metodo di detezione precoce basato sul rilevamento del DNA ambientale e sono stati coinvolti almeno 15000 ragazzi delle scuole in attività di educazione ambientale.
Quali sono stati gli strumenti e le forme di supporto determinanti per sviluppare i vostri progetti? Sappiamo che avete avuto accesso al programma di supporto della Fondazione Cariplo per il cofinanziamento di progetti europei.
Senza il contributo specifico di Fondazione Cariplo e dei suoi consulenti, non avremmo centrato facilmente l’obiettivo. È stato uno strumento di confronto tecnico su LIFE fondamentale per presentare una proposta che rispondesse ai criteri di selezione, che non fosse né di troppo basso profilo né troppo ambiziosa. Ci ha aiutato molto soprattutto per il primo progetto, ma anche per il secondo.
È importantissimo poter avere un confronto con chi conosce il mondo di LIFE, sa quello che succede a Bruxelles e conosce gli aspetti sensibili del settore, ma non è condizionato dai desideri e dal “mondo” di chi fa il progetto. Aiuta a passare dal "facciamo un progetto e mettiamoci tutto quello che ci piace e cerchiamo di farcelo finanziare" a “vediamo quali sono gli obiettivi e su questo costruiamo un progetto serio e articolato”. Anche perché LIFE, al contrario di Horizon Europe, non è un programma esclusivamente di ricerca, per cui è importante non andare fuori strada e restare nei binari giusti.
Quali sono i vostri piani per il futuro? Come vi siete organizzati (e vi state organizzando) per proporre e gestire i progetti europei?
Sul tema delle acque e dei pesci c’è tantissimo da fare per poter garantire che la gestione sia di lungo temine e impostata su criteri scientifici.
Oltre a LIFE Predator siamo coinvolti in grande progetto europeo chiamato ProtectFish (www.protectfish.eu) che punta a comprendere e quantificare l’impatto del cormorano, uccello ittiofago per eccellenza e le cui popolazioni sono in fortissima espansione in tutta Europa, sulla fauna ittica di interesse comunitario. Da un lato il cormorano è protetto a livello europeo (fino a trent’anni fa era a rischio di estinzione), ma dall’altro lato pare che il suo impatto su specie ittiche che l‘Unione europea protegge attivamente con ampi finanziamenti (ad es. la trota marmorata, il temolo, il salmone atlantico), sia localmente molto molto significativo. Occorre quindi trovare la quadra, conciliando priorità diverse, dinamiche naturali, esigenze dei portatori di interesse.
Resta tuttavia prioritario che chi ha il ruolo, il compito e il dovere di gestire le risorse naturali, si fidi delle indicazioni che provengono dal mondo della scienza. In alcuni casi è male interpretata o, in alcuni casi, del tutto falsificata. Troppo spesso, ancora oggi, la scienza è comunque relegata ai margini dei processi decisionali. E gli effetti di tutto questo, anche in tema di biodiversità, sono abbastanza evidenti, soprattutto per quanto riguarda la fauna ittica. I pesci infatti sono il gruppo di vertebrati acquatici che presenta il più alto numero di specie minacciate.
Quali sono i consigli che daresti a chi, come voi un po’ di anni fa, vuole iniziare questo percorso?
Dipende molto dalla tipologia di progetto. Ad esempio, i progetti LIFE prevedono di realizzare interventi molto concreti. Per questo, il partenariato deve assicurare che quanto promesso sia realizzato nei tempi previsti e sia sostenibile nel tempo. Per questo, quando si scrive un progetto, è fondamentale darsi obiettivi concreti e realizzabili in un tempo prestabilito.
Un esempio sono le infrastrutture per il passaggio dei pesci: devono essere realizzate nei tempi, bisogna garantire la manutenzione ed il funzionamento dopo la fine del progetto. Cosa non sempre facile, perché le amministrazioni pubbliche cambiano, i politici cambiano e, molto spesso, tutto dipende dalla volontà, serietà, entusiasmo di una singola persona.
Come accennavo, è anche fondamentale scegliere bene i partner: ogni partner deve fare cose per le quali è realmente competente, e bisogna considerare che certe azioni (ad esempio un appalto per il passaggio dei pesci) possono essere svolte solo dall’amministrazione pubblica.
Le parole d’ordine?
- Puntare alla sostenibilità degli interventi, che è requisito fondamentale
- Puntare a interventi ragionevoli e realizzabili nei tempi previsti
- Ricordare che i progetti vengono valutati da persone che conoscono bene la materia: il processo di valutazione delle proposte progettuali non è un processo simbolico ma va a verificare la fattibilità degli interventi proposti.