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Paese che vai, progetto che trovi: un percorso internazionale

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Europrogettista: un percorso tra Europa e Africa

Il percorso e la visione di Nadia: avventure, soddisfazioni e contraddizioni dei progetti europei, in paesi e in contesti diversi

Professione progetti europei: paese che vai, progetto che trovi

Abbiamo dedicato ai progetti europei come professione una serie di articoli: Cosa vuol dire essere un "europrogettista"? Quando e in che modo è utile un europrogettista? Come diventare europrogettista?

Si tratta di una professione molto legata al contesto, al settore, e anche al paese in cui si lavora.

Oggi abbiamo l’opportunità di conoscere, in ottica comparativa, com’è lavorare sui progetti europei in Italia, in Francia e in diversi paesi dell’Africa.

Ne parliamo con Nadia Maio, che riflette, mettendole a confronto, sulle diverse tappe del suo articolato percorso professionale, evidenziandone le contraddizioni e gli spazi a disposizione per fare della professione di "progettista europeo" una leva di cambiamento, nel proprio paese e nel mondo.

Il tuo è stato un percorso vario e avventuroso. Ce lo vuoi raccontare?

Il mio percorso nei progetti europei è nato dal desiderio di lavorare nella cooperazione internazionale, in particolare in Africa, e si è poi trasformato nel tempo attraversando ruoli, contesti e sistemi molto diversi. Dopo la laurea in Relazioni internazionali e un diploma in gestione dei progetti per la cooperazione allo sviluppo, ho iniziato lavorando sul campo, prima con stage istituzionali e poi come Project Manager su progetti EuropeAid.

Le mie prime esperienze come coordinatrice di progetto, in Marocco e in Madagascar, sono state decisive. Mi hanno messa di fronte alla complessità dell’implementazione, ai limiti di una progettazione pensata "a distanza" e alla tensione costante tra ideali, regole e realtà locali.

Dopo queste esperienze, mi sono sempre più avvicinata a tutti gli aspetti, non per forza "di terreno", che tengono insieme un progetto europeo: pianificazione, amministrazione, finanza, governance. Sono così passata alla gestione di progetti in ambito universitario: prima con il Nucleo Ricerca Desertificazione dell’Università di Sassari, con cui ho continuato a curare la mia vocazione per la gestione di progetti complessi in Africa e nel Mediterraneo, poi con l’Università di Cagliari, dove ho avviato un percorso professionale, che continua ancora oggi, sui progetti di ricerca del programma Horizon.

Oggi lavoro all’Università di Aix‑Marseille, accompagnando ricercatori e docenti nella progettazione europea, con un particolare focus sui progetti collaborativi del Programma Quadro, e ho co-fondato Kalos, uno spazio di riflessione e sperimentazione, un’associazione indipendente di ricerca e azione che mira ad aumentare l’impatto e la sostenibilità dei progetti finanziati dall’UE.

Il tuo percorso ha visto svolte e cambiamenti. Quali sono stati i fattori che ti hanno spinta, negli anni, verso qualcosa di nuovo?

Se ripenso al filo rosso del mio percorso, direi che è stato una progressiva presa di coscienza del mondo dei progetti non tanto come "insiemi di attività", quanto piuttosto come processi complessi, attraversati da relazioni di potere, asimmetrie di competenze, vincoli, ma anche possibilità. Come luoghi e momenti della vita in cui si scontrano priorità diverse e bisogna fare delle scelte, in cui il "progetto pensato" si scontra con il "progetto reale".

Figuig, Marocco, 2011: la mia prima esperienza come coordinatrice di progetto sul terreno. Questa esperienza spiega bene molti dei "driver" del mio percorso.

Figuig è una piccola oasi, lontana da grandi città, che dopo quindici anni è ancora un punto cardine della mia vita. Si trattava di un progetto EuropeAid sull’inclusione socio‑economica delle persone con disabilità. Partiva da nobili intenzioni, ma una volta sul terreno è emerso rapidamente quanto fosse distante dal contesto e dalla realtà di Figuig.

Le conoscenze sulla situazione e sui bisogni delle famiglie di Figuig erano limitate. Allo stesso tempo, mancavano una reale comprensione e un riconoscimento della disabilità all’interno delle famiglie. L’intervento previsto si basava sul coinvolgimento di esperti che non padroneggiavano né la lingua locale né il francese. In questo contesto, il progetto richiedeva di essere ripensato e ricostruito dalle fondamenta.

Questo mi ha portata ad assumermi responsabilità dirette, cercando margini di adattamento anche quando non erano previsti: ho scelto di investire sullo staff locale, rivedere scelte operative, privilegiare l’osservazione e l’ascolto rispetto all’applicazione di quanto stava scritto nel formulario di progetto. Ho dovuto far fronte a punti oscuri nella gestione dei finanziamenti, lavorando a lungo senza fondi e portando avanti le attività anche in assenza di un quadro pienamente strutturato. Ero animata da ideali. Mi confrontavo e scontravo regolarmente con il sindaco dell’oasi, che mi aveva soprannominata "la petite bombe".

Alla sua prima scadenza, il mio contratto non è stato rinnovato. Ma porto ancora con me la gioia di vedere lo staff locale che cresce e agisce, e un senso di responsabilità verso gli abitanti di Figuig: incontrati intorno alle tavole rotonde, seduti con dignità discreta, spesso accompagnati dai figli con disabilità. Porto con me una timida speranza di aver contribuito, almeno un po’, al percorso di sviluppo e cambiamento.

Sono storie e dinamiche tipiche e comuni a tanti progetti internazionali di cooperazione allo sviluppo.

Storie e dinamiche che però non ti hanno scoraggiata: come hai raccolto l’eredità di Figuig nelle tue esperienze successive?

Confesso che i primi mesi dopo Figuig non sono stati facili. Volevo ascoltare i racconti e i punti di vista di altre persone che aveva vissuto esperienze simili. Avevo paura di riconoscere la mia esperienza come la regola. L’esperienza successiva, come amministratrice di progetto in Madagascar, ha però seguito un copione abbastanza simile.

Scelsi così di cambiare strada, pur continuando a coltivare il mio interesse per la cooperazione internazionale allo sviluppo in contesti africani, nell’ambito del Nucleo Ricerca Desertificazione dell’Università di Sassari. È stata un’esperienza profondamente formativa, in cui ho avuto l’opportunità di osservare e contribuire a numerosi progetti europei complessi, implementati in contesti diversi.

Anche in questo caso, la mia esperienza ha confermato che la gestione dei fondi europei per la cooperazione allo sviluppo applica una visione piuttosto "conservativa", più attenta agli equilibri tra gli attori coinvolti che ai benefici di lungo periodo, mentre i progetti andrebbero considerati come investimenti orientati a generare valore nel tempo. E le strutture progettuali lasciano poco spazio all’adattamento. Spetta a chi gestisce un progetto la buona volontà, e la responsabilità, di leggere il contesto e di ri-orientare l’azione.

Posso fare un altro esempio. Stavamo realizzando un progetto sulla Jatropha, pianta resistente alla siccità, coltivata in aree soggette a degrado del suolo, i cui semi possono essere utilizzati per produrre biocarburante. Il Project Officer della Commissione europea, aveva, a buon titolo, dubbi sulle presunte virtù del progetto. Le discussioni che ne sono seguite non hanno portato ad elementi costruttivi, come ad esempio a una variazione delle attività, o anche solo a una serena valutazione dei limiti dell’approccio e delle possibili alternative. Il progetto ha continuato a operare sui suoi binari. I processi di controllo non sono serviti a produrre un confronto reale e a migliorare l’azione finanziata.

Oggi guardo a quelle esperienze come a momenti fondativi: mi hanno insegnato che serve coraggio, senso critico e competenza per trasformare un progetto da esercizio amministrativo a processo vivo. È lì che si gioca la qualità dell’azione. È una visione che ho portato con me nel tempo e che cerco di applicare oggi, soprattutto nel lavoro con enti di ricerca e università: prendersi cura delle regole, senza smettere di interrogarle, è parte integrante del fare buona progettazione europea.

Prendersi cura delle regole: è quello che hai continuato e continui a fare nella tua attività sui progetti europei

Proprio così. Le regole e la gestione dei progetti sono, diciamo, la mia specialità. Gli aspetti amministrativi e finanziari sono indissolubilmente legati alla gestione dei progetti europei. Non sono aspetti né scontati, né innocui. Mi sono frequentemente imbattuta in partner privi degli strumenti e dei mezzi necessari per affrontarne i termini, i concetti, le regole, le scadenze e i modelli. Il prezzo che se ne paga è alto. Insuccesso nella realizzazione delle attività, scarsi risultati, conflitti e frustrazioni a spese di partner amministrativamente poco preparati.

Questo l’ho visto chiaramente con i partner della cosiddetta "sponda sud", nel mio primo progetto Horizon, gestito con l’Università di Cagliari. L’equipe dell’università partner etiope ha dedicato la maggior parte del proprio tempo/lavoro sul progetto a comprendere il funzionamento della piattaforma per l’inserimento dei dati necessari alla validazione del report finanziario. L’università partner della Tanzania si è scontrata con questioni altrettanto pratiche e tipiche di un progetto europeo, come la gestione dell’IVA. La non conoscenza delle regole ha causato ritardi nella ricezione della tranche di finanziamento, impattando significativamente l’avanzamento delle attività. Ha alimentato sentimenti di incomprensione e inadeguatezza: il contrario di quello che un progetto di cooperazione e di ricerca dovrebbe produrre.

Tra partner europei i livelli di conoscenza sono più omogenei e il lavoro ne risulta facilitato, ma anche in questi casi - come ho riscontrato quando ho iniziato a lavorare con l’INSERM di Marsiglia - anche strutture grandi e qualificate possono essere poco preparate a sostenere in modo agile l’implementazione di un progetto europeo. Gli aspetti procedurali del sistema di finanziamento europeo si imparano soprattutto con la pratica, sono competenze che vanno costruite e mantenute.

E così siamo arrivati alla tua esperienza francese. Di cosa ti occupi ora?

Mi sono trasferita a Marsiglia nel 2017. Nel frattempo erano successe tante cose: è nato mio figlio Tiago, mi sono sposata con Massimo, ho continuato la gestione di progetti europei con università italiane e francesi e ho avviato un’associazione chiamata Kalos.

Con Kalos - che ho co-fondato proprio con i colleghi/amici conosciuti a Figuig - porto avanti quelle che sono state le mie battaglie di sempre: trovare soluzioni per aumentare l’impatto e la sostenibilità dei progetti finanziati dall’UE, ridurre l’asimmetria tra i diversi attori che ci lavorano, sviluppare un pensiero critico sulla progettazione e sulla gestione dei progetti europei, migliorare le capacità di realizzare progetti coerenti con il loro contesto e con i bisogni dei beneficiari.

Il rompicapo è trovare delle soluzioni, dei modi per favorire il passaggio delle informazioni, con l’obiettivo di garantire che attorno ad un progetto europeo ci siano persone consapevoli e informate, in grado di maturare un’idea critica rispetto all’azione che stanno implementando. Soprattutto quando queste persone operano in contesti vulnerabili, in paesi economicamente più poveri, con conoscenze e competenze limitate sulle procedure europee, dove l’asimmetria di potere tra donor e beneficiari risulta eccessiva.

Tra tante attività, nel 2022 ho inviato la mia candidatura all’Università di Aix-Marseille e sono ancora lì. L’Università oggi fa parte della MER (Mission Europe pour la Recherche), una struttura mutualizzata di centri nazionali francesi di ricerca che mira a incentivare la loro partecipazione a progetti europei. La MER accompagna le unità di ricerca fin dalla fase di ideazione delle proposte, ne migliora la qualità e favorisce la collaborazione tra i diversi team attraverso la condivisione di risorse e lo scambio di pratiche.

Che cosa ti ha colpito di più del modo in cui si affrontano i progetti europei in Francia?

Ciò che mi ha sorpreso in Francia a confronto con l’Italia, e che continua a stupirmi, è il numero di strumenti di supporto e di incentivi messi a disposizione dei docenti e ricercatori per partecipare ai bandi europei.

In fase di preparazione di un progetto collaborativo Horizon Europe, docenti e i ricercatori che vogliono posizionarsi come coordinatori possono accedere a diversi fondi, istituzionali e nazionali, per supportare eventuali missioni necessarie per incontrare i partner di progetto, definire la roadmap, condurre sessioni di brainstorming iniziali o coinvolgere una società di consulenza per essere accompagnati nella preparazione, totale o in parte, dei progetti.

Inoltre, i docenti possono usufruire di una riduzione del carico didattico per dedicarsi alla scrittura del progetto da presentare - misura rinnovata se il progetto viene finanziato.

Alla MER si investe molto in attività di sensibilizzazione e informazione, volte a far conoscere a docenti e ricercatori le opportunità offerte dall’Unione europea e i diversi strumenti messi a loro disposizione. In generale, in Francia c’è un forte bisogno di diffondere conoscenza, di superare le reticenze verso i fondi europei. Pur con notevoli eccezioni, la cultura del "progetto europeo" non è ancora così diffusa. Per questo, a livello nazionale vi è un investimento importante per incentivare e supportare strutturazioni e mutualizzazioni come quelle della MER. In fondo, anche la MER è un progetto, e come tale porta con sé le difficoltà, i limiti e le opportunità di qualsiasi altro progetto.

La strutturazione delle università francesi prevede anche, come nel caso dell’Université d’Aix-Marseille, la presenza di società private dedicate alla gestione dei progetti, al trasferimento tecnologico e alla valorizzazione della ricerca. Si tratta di entità giuridicamente separate, che ricevono direttamente i finanziamenti europei per conto delle università e dispongono di autonomia gestionale, contabilità propria e capacità di gestire contratti, brevetti e attività di partenariato.

Questo modello offre un supporto operativo significativo a docenti e ricercatori e contribuisce a una gestione amministrativo-finanziaria più fluida. Allo stesso tempo, può ridurre le opportunità di sviluppo interno delle competenze legate alla progettazione europea e alla gestione diretta dei finanziamenti.In questo senso, il modello rappresenta un compromesso tra efficienza gestionale e sviluppo delle competenze istituzionali dell’ente pubblico.

Non si tratta quindi di un sistema ottimale, ma credo resti di grande attualità in Italia l’obiettivo di rafforzare, strutturare e rendere più agili le amministrazioni pubbliche nella gestione dei fondi comunitari, così come di ogni altra tipologia di finanziamento.

E invece, che cosa trovavi in Italia, e ora ti manca in Francia?

In Italia ho incontrato una comunità di professionisti matura. Trovare un project manager esperto di fondi europei non è difficile. Spesso incontro persone italiane che lavorano nella progettazione europea qui in Francia e si distinguono sempre per perspicacia, competenza e conoscenza profonda del sistema dei fondi europei.

In Francia ho osservano fasi di reclutamento in cui, per posizioni di Chargé de projet européen, vengono assunte persone senza esperienza. Ciò riflette più una difficoltà nel reperire profili esperti che una scelta volontaria degli enti, e non sembra legato al livello salariale, generalmente in linea con gli standard locali.

In Italia c’è invece una cultura diffusa della progettazione europea, una maturità del mestiere frutto di anni di pratica, di formazione condivisa e di reti professionali solide, anche per via del forte bisogno di fondi europei.

Ciononostante, in Italia mi è capitato di vedere europrogettisti impegnarsi nella costruzione di progetti con una logica "a success fee", senza ricevere un compenso legato al lavoro realizzato. In Francia esiste una cultura del lavoro e del riconoscimento delle competenze molto diverso. Questo rende il sistema più rigido, ma il rispetto verso il lavoratore è generalmente migliore. Sentendo i miei colleghi francesi lamentarsi, trovo spesso difficile aderire alle loro osservazioni, non perché ingiuste ma perché venendo dal sistema lavorativo italiano, molte cose mi appaiono già più avanzate.

Dell’Italia mi manca soprattutto la passione che muoveva i team con i quali ho lavorato, che si traduceva in un grande coinvolgimento nei progetti. Forse mescolati alla disperazione di sapere che da quei progetti ne derivavano i nostri contratti, spesso precari e a progetto. Ma del sistema lavorativo italiano, mi manca la passione condivisa per la progettazione europea.

Quello francese è quindi un sistema più strutturato, nel bene e nel male. Tu invece, come professionista e progettista europea, da quali strumenti ti sei sentita accompagnata lungo il tuo percorso?

Consulto regolarmente le piattaforme dell’UE, i manuali ufficiali, i programmi di lavoro, i regolamenti della CE, i rapporti e le diverse pubblicazioni che sono sempre più diffuse e accessibili.

Per far crescere Kalos - e al contempo anche me, ho ripreso a studiare, a fare ricerche, a provare a comprendere di più il sistema di finanziamento europeo e i suoi strumenti. Da lì sono diventata una lettrice della vostra Guida. La consultavo regolarmente e mi è stata di supporto per creare contenuti per momenti di sensibilizzazione, informazione e formazione sui fondi europei. Ora la situazione in Francia sta gradualmente cambiando, ma fino ad alcuni anni fa le realtà associative - e in generale, le organizzazioni impegnate in azioni di innovazione sociale, non avevano consapevolezza e interesse nel realizzare azioni finanziate con fondi europei.

Il lavoro mi ha poi portato a specializzarmi nell’accompagnamento e nella formazione dei progetti collaborativi nell’ambito di Horizon. In Italia il mio faro è sempre stato APRE, mentre in Francia è il suo omologo francese, il Punto di Contatto Nazionale Horizon Europe (PCN) che risponde a dubbi e offre svariate risorse di supporto. Le due strutture hanno una natura e una logica un po’ diverse: il PCN è legato al Ministero dell’Insegnamento, mentre APRE è un’associazione, fa il lavoro di un PCN e nel contempo partecipa ai bandi. Cosa che rappresenta indubbiamente una peculiarità, ma anche un vantaggio per APRE e per le partnership in cui APRE è presente.

Sempre nell’ambito della mia attività su Horizon, negli anni ho scoperto altre interessanti piattaforme per l’autoformazione, con materiali e webinar di qualità, a volte gratuiti e a volte a pagamento. Enspire.science mi è stata molto utile per andare nel dettaglio dei template dei progetti europei di ricerca e innovazione; interessanti le checklist di Europa Media Training e i contenuti proposti dall’Association Nationale Recherche Technologie (ANRT), al crocevia tra ricerca pubblica e settore privato. La formazione di Hyperion dà grande importanza alle fasi preliminari della scrittura di un progetto. Per tenermi informata e aggiornata seguo regolarmente piattaforme come ERA Portal Austria e – visto che l’interesse per la cooperazione allo sviluppo non è mai svanito, seguo sempre con interesse InfoCooperazione.

Concludiamo con una domanda personale: che cosa ti piace dei progetti europei?

Mi piace la sinergia delle differenze. Resto affascinata dalle difficoltà che si creano e dagli spiragli di opportunità che si intravedono. Lavoro molto sugli aspetti amministrativi, finanziari e gestionali dei progetti europei, ma non mi sono mai sentita una tecnocrate o una burocrate. Nel mio piccolissimo, mi sono sempre vista come un’agente di cambiamento, animata dall’ideale, quasi utopico, di vedere un giorno un progetto europeo "bello" e "giusto".

Spero che si diffonda questa consapevolezza: i professionisti che svolgono questo lavoro, nei diversi ruoli e contesti, dovrebbero riconoscersi sempre più come agenti di cambiamento. Persone in grado di mobilitare competenze, connettere attori diversi e contribuire a migliorare i contesti in cui operano.

Se guardo indietro al mio percorso, il filo rosso è questo: lavorare con passione e responsabilità sui progetti europei, senza smettere di migliorarsi, e anche di interrogarsi sulle loro contraddizioni. È in questa dinamica che si gioca la possibilità di fare meglio, e anche di rendere il lavoro sui progetti europei un’avventura bella e stimolante.

Ogni progetto è, in questo senso, un viaggio: lascia sempre una traccia, a volte positiva, a volte più sfidante, e permette di incontrare attori diversi, di capire con chi poter proseguire in esperienze future, e quali limiti rileggere come leve di apprendimento e miglioramento.

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