Scopriamo come coniugare fondi europei, mobilità sostenibile e uso intelligente dei dati, attraverso l’esperienza di Pin Bike
La scommessa della mobilità sostenibile e il valore dei dati
Può un incentivo economico trasformare il comportamento dei cittadini verso una mobilità più attiva e sostenibile? Può un uso sapiente dei dati permettere a una startup di farsi avanti nel mondo dei progetti europei?
Questa è la scommessa portata avanti da Pin Bike: una PMI italiana che, grazie allo sviluppo di una tecnologia certificata e – come si dice – “data-driven”, ha saputo trasformare la mobilità ciclistica in una politica urbana scalabile a livello europeo.
Attraverso il racconto di Nico Capogna, fondatore e CEO di Pin Bike, e Annarita Leserri, Project Manager, scopriamo come la sinergia tra competenze progettuali e fondi europei permetta di superare la “car dependency”, portando soluzioni concrete dalle strade di Bari fino al cuore delle politiche ambientali dell’Unione europea.
Iniziamo da Nico e partiamo dalle basi: che cos’è Pin Bike e di che cosa si occupa?
Pin Bike è nata come startup nel 2017 per trasformare l’approccio dei cittadini verso la mobilità sostenibile, incentivando l’utilizzo della bicicletta per gli spostamenti quotidiani. Per fare questo, abbiamo sviluppato una tecnologia brevettata che integra due elementi: un piccolo dispositivo certificante che viene installato direttamente sulla bicicletta, e una app che registra i chilometri percorsi e i tragitti effettuati dall’utente.
Tramite un monitoraggio certificato, il sistema evita che i dati vengano alterati o contraffatti e trasforma le informazioni raccolte in un prezioso “portafoglio” di dati sulla mobilità. I chilometri percorsi possono essere trasformati in incentivi economici, erogati dalle amministrazioni comunali ai loro cittadini, o dai datori di lavoro ai dipendenti che utilizzano la bici per andare al lavoro. I dati raccolti sono preziosi per fornire alle amministrazioni locali informazioni sulla mobilità e sulla pianificazione urbana. Pin Bike è inoltre certificata secondo i più elevati standard di qualità e sicurezza (ISO 9001 e ISO 27001) a garanzia del nostro lavoro con i dati e le amministrazioni locali.
La nostra idea non è partita da una motivazione “di business”, ma dall’obiettivo di accelerare il passaggio dal veicolo motorizzato alla mobilità in bicicletta nelle aree urbane, una scelta positiva per la salute, l’ambiente e il portafoglio. Il nostro sistema di incentivi economici nasce dalla finalità “etica” di trasformare i comportamenti dei cittadini in modo benefico per la comunità.
Ad oggi Pin Bike conta più di 30.000 utenti in tutta Europa, che hanno pedalato quasi 13 milioni di km, evitato l’emissione di 2.000 tonnellate di CO2 e guadagnato più di 2,5 milioni di euro. I risultati sono tangibili e immediati: il progetto europeo REACTIVITY a Lecce e Braga (Portogallo) ha dimostrato, grazie a Pin Bike, un aumento della mobilità attiva fino al 15% e una riduzione dell’uso dell’auto fino all’8%.
Ci puoi raccontare com’è nata la vostra idea?
L’idea alla base di Pin Bike è nata da due diverse esperienze.
La prima è di un po’ di anni fa, correva l’anno 2010. Ero studente a Roma e mi muovevo soprattutto con i mezzi pubblici. Sono finito, un po’ per caso e un po’ per destino, a condividere una casa dove vivevano dei “cicloattivisti”, ovvero degli operatori di ciclofficine popolari. Mi hanno dato una bicicletta e la prima cosa che ho pensato è che fossero pazzi: Roma, con i suoi sampietrini, il traffico e gli automobilisti stressati mi sembrava un posto poco probabile in cui lanciarsi in bicicletta. Ma nonostante tutto, dopo un primo mese di tentativi un po’ impacciati, ho iniziato a prenderci la mano e la bici è diventata il mio mezzo di spostamento principale. Da quel momento, la bici mi ha sempre accompagnato nei miei successivi 6 anni a Roma: una città che può diventare addirittura piccola quando si usa la bici. È da questa esperienza molto personale che inizia il mio amore per la bicicletta urbana, che unisce un principio di utilità e di praticità. Un amore che ho provato a condividere e a diffondere, non sempre con successo.
Il secondo spunto è arrivato qualche anno dopo, quando sono andato a trovare un amico in Belgio. Mi ha raccontato che guadagnava 50 euro al mese per andare al lavoro in bicicletta, come parte delle politiche di sostenibilità del suo datore di lavoro, anche se non c’era un sistema per controllare i suoi spostamenti.
Da queste due esperienze è nata Pin Bike, con l’idea che l’incentivo economico è un mezzo che permette di promuovere e scalare più facilmente azioni sostenibili, cambiando il comportamento delle persone. In un mondo che va un po’ “forzato” al cambiamento non bastano solo le multe, ma devono esserci incentivi, che vanno però verificati e certificati.
Il nome “Pin Bike” è stato invece ispirato dal mio ritorno nel mio paese di origine, Corato, in provincia di Bari, dove era stato aperto un bando per giovani imprenditori, chiamato “Pugliesi INnovativi”: PIN, appunto. Non mi sono lasciato scappare l’occasione e da questa opportunità è nata Pin Bike. Dove “Pin” indica anche l’hardware (che ha la forma di un grosso “spillo”) e il “pin” che ci segue virtualmente su una mappa, per certificare i nostri spostamenti in bicicletta.
Proseguiamo con un’altra importante tappa del vostro percorso: quando e perché avete cominciato a lavorare con i progetti europei?
Inizialmente ci ha guidato la curiosità, la stessa che ha portato alla nascita di Pin Bike. Pin Bike è stata ispirata da un viaggio in Belgio, e nello stesso modo, i progetti europei ti portano ad uscire dai tuoi confini e a trovare nuove idee e nuove opportunità. Fin dal suo inizio Pin Bike ha avuto un approccio e un’aspirazione “europea”: la mobilità sostenibile non ha confini ed è un tema molto sentito in tutti i paesi europei.
Una delle nostre prime opportunità di lavorare con i fondi europei è arrivata con la partecipazione al bando EIT Urban Mobility del 2021-2022. La varietà di fondi e programmi cui ci siamo rivolti è poi aumentata negli anni (ESF+, Horizon Europe, ecc.), ed è stata fondamentale per trovare risorse per potenziali committenti, in particolare per le Pubbliche Amministrazioni. Infatti, abbiamo a disposizione una lunga lista di Comuni che vorrebbero attivare Pin Bike, per cui spesso come Pin Bike ci muoviamo per supportare i Comuni nell’ottenere i fondi che danno il via al progetto. Spesso, quando il progetto termina, i Comuni estendono l’iniziativa con fondi propri.
Quindi, una parte della nostra storia con i progetti europei riguarda il reperimento di fondi per i nostri clienti. Ma per noi è fondamentale partecipare ai progetti europei anche come partner, perché rafforza le nostre capacità di innovare. Pin Bike può valorizzare il suo contenuto innovativo grazie ai dati che monitora: dati certificati e di qualità relativi all’uso delle piste ciclabili e delle strade, raccolti attraverso le pedalate di più di 30.000 utenti.
Oltre alla dashboard web dedicata per le amministrazioni locali, Pin Bike fornisce una piattaforma open data con i dati aggregati e anonimizzati dell’insieme degli utenti. Questa ricchezza di dati ci permette di presentarci come stakeholder credibili su progetti che riguardano la mobilità, la pianificazione e le politiche urbane. Molti progetti europei hanno l’obiettivo di diffondere soluzioni e buone pratiche che hanno già funzionato: è importante poter dimostrare di avere in mano azioni che hanno una ricaduta positiva e confermata dai dati. Questo per noi è un grande vantaggio nella partecipazione a progetti europei. Ci permette di essere al passo con l’attenzione crescente sull’uso dei dati e di applicare il concetto di smart cities non solo in termini tecnologici, ma anche in termini di pianificazione e di partecipazione attiva dei cittadini.
Annarita è la persona che si occupa di progetti europei in Pin Bike. Quali sono stati i vostri primi passi, le prime sorprese e le prime difficoltà che avete avuto nella progettazione europea?
La prima grande sfida è stata quella di strutturarsi in termini di personale, perché per occuparsi di progettazione europea servono persone dedicate. Questo è il motivo per cui sono entrata in Pin Bike, con alle spalle precedenti esperienze come progettista europea a Barcellona, dove gestivo progetti europei, specialmente Horizon, proprio nell’ambito della mobilità.
Il nostro approccio ai progetti europei non può essere quello del “progettificio”: i progetti europei restano solo una delle nostre attività. Noi siamo in primo luogo e rimaniamo un’impresa che offre soluzioni e prodotti a prescindere dal finanziamento, che può essere europeo, nazionale, regionale, o anche privato. Quando decidiamo di portare avanti un progetto europeo e candidarci è perché vogliamo sviluppare qualcosa di nuovo, agire su un potenziamento innovativo che abbia una ricaduta positiva dal punto di vista commerciale, ma anche scientifico e strategico sulla nostra attività, come ad esempio l’inclusione della multimodalità (micromobilità, trasporto pubblico, carpooling) nel meccanismo di monitoraggio e gamification, l’integrazione di elementi di AI nel sistema tecnologico, lo sviluppo di nuovi dispositivi IoT. Lo facciamo a partire da dati ampi e reali che raccogliamo, certifichiamo, organizziamo e utilizziamo come spunto e come baseline nei nostri progetti.
Questa nostra caratteristica ci permette di prendere sul serio le teorie e le pratiche di progettazione europea. La prima cosa che andrebbe fatta in un progetto, e che noi facciamo sempre, è quella di raccogliere una baseline, ovvero dei dati di partenza. Dati di cui ci si aspetta un miglioramento grazie all’attività svolta, e che vengono monitorati regolarmente, con una revisione a metà progetto (mid term review) e una valutazione finale. Come Pin Bike applichiamo sistematicamente questo processo proprio perché la raccolta e l’analisi di dati certificati sono alla base del nostro lavoro. Questo viene richiesto ed è molto apprezzato, in particolare nei progetti europei, e li rende buoni, vincenti e “raccontabili” all’opinione pubblica da parte delle amministrazioni che ne beneficiano.
Le soluzioni che vengono sviluppate da Pin Bike nei progetti europei possono essere molto diverse.
Ad esempio, la maggior parte delle città con cui lavoriamo, come Bari, Brescia, Firenze, Torino, ma anche Istanbul o Tallinn, sono interessate a ridurre il traffico veicolare e aumentare la quota di spostamenti urbani in bicicletta. Tuttavia, città come Turku, in Finlandia, o Braga, In Portogallo, vogliono co-creare mappe della città con i cittadini, per coinvolgerli in un processo decisionale, o raccogliere dati per meglio pianificare la rete di piste ciclabili. Ancora, alcune città, come Bergamo, Monza e Stoccolma, scelgono di coinvolgere anche i commercianti locali nei progetti: gli incentivi economici guadagnati dagli utenti Pin Bike possono essere spesi esclusivamente nei negozi cittadini, sostenendo così il commercio di prossimità ed estendendo la partecipazione al cambio comportamentale a tutta la comunità. In ogni caso, ovunque si usi Pin Bike, la soluzione che proponiamo risponde a un problema specifico della città e della comunità che l’ha adottata.
L’importante, in tutti questi casi, è che l’obiettivo sia chiaro: chiarire se l’obiettivo che si persegue, e che si intende misurare, è coinvolgere in processi partecipativi, ridurre il traffico, migliorare la pianificazione urbana o ridurre l’inquinamento. Questo è un altro aspetto un po’ “da manuale” quando si parla di progettazione europea, ma che noi applichiamo seriamente e che viene apprezzato.
Tornando alle sfide affrontate nei nostri primi passi nella progettazione europea, sicuramente una importante riguarda il cosiddetto “track record”: quando abbiamo iniziato non esisteva un portfolio di progetti europei già realizzati da Pin Bike, e la diffusione della nostra soluzione era ancora limitata. Questo crea un ostacolo all’ingresso: non è facile né immediato costruirsi un “curriculum” e una credibilità. La serietà del nostro approccio ci ha permesso di dimostrare e di raccontare con dati quello che stavamo facendo, e ci ha aiutati molto a compensare il gap e a realizzare i nostri primi progetti europei.
Quali sono le vostre nuove sfide e soprattutto le nuove prospettive per Pin Bike a livello europeo?
Pin Bike si sta consolidando sempre di più come un attore riconosciuto nel panorama della mobilità urbana sostenibile non più solo in Italia, ma anche a livello europeo. La sua esperienza è promossa da realtà e network europei come la European Cyclists’ Federation (ECF) e Cycling Industry Europe (CIE). Nel loro advocacy guidance document destinato agli Stati membri e in un’intervista dedicata, entrambe propongono Pin Bike come un modello virtuoso.
Di sicuro vanno tenute in considerazione le risorse del Social Climate Fund, il fondo europeo finanziato attraverso le tasse sull’inquinamento, concepito per sostenere le fasce di popolazione più colpite dal cambiamento climatico e dalla povertà energetica. La bicicletta, in quest’ottica, diventa uno strumento potente in grado di supplire alle carenze del trasporto pubblico e quindi anche uno strumento di riduzione delle disuguaglianze.
In questo contesto, non esiste più una distinzione netta tra le dinamiche italiane ed europee, per cui l’obiettivo è quello di partecipare sempre più attivamente a progetti ampi, nell’ambito di Horizon Europe e di altre iniziative comunitarie. Guardando avanti, la sfida non è più dimostrare che il modello funziona: quello lo dicono i dati. È metterlo a sistema, e questo si fa solo insieme a tutti gli attori (amministrazioni pubbliche, imprese, università, individui) coinvolti nella sfida della mobilità sostenibile.
Pin Bike è costantemente alla ricerca di partner – amministrazioni, università, centri di ricerca e imprese – con cui costruire proposte progettuali su mobilità attiva, dati urbani e transizione climatica.
Chi volesse esplorare una collaborazione può scriverci.